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Temi d’attualità | Articolo - 5 Min

Weekly Market Update – La Fed si prenderà il suo tempo, a meno di cambi repentini nello scenario

Il messaggio dei responsabili delle politiche dopo la riunione del Federal Open Markets Committee (FOMC) del 31 gennaio è stato chiaro: i tagli ai tassi d’interesse sono in arrivo, ma non così presto come si aspettava il mercato. Per la quarta riunione consecutiva, il FOMC ha mantenuto il tasso di riferimento sui fondi federali in territorio restrittivo, a un livello compreso fra il 5,25 e il 5,50%.

Come previsto, i responsabili delle politiche della Federal Reserve (Fed) statunitense hanno abbandonato la strada dell’inasprimento dei tassi d’interesse. Nella dichiarazione ufficiale, il riferimento alla possibilità di un “ulteriore irrigidimento delle politiche” è stato eliminato. Al contrario, i funzionari hanno osservato che i rischi per la piena occupazione e la bassa inflazione si stanno ora “riequilibrando”.

È probabile che il recente miglioramento dei dati sull’inflazione negli Stati Uniti sia esattamente quello che la Fed voleva vedere – il presidente Jerome Powell ha riconosciuto le “buone notizie” sull’inflazione degli ultimi sei mesi – ma i responsabili politici non si accontentano e vogliono cambiamenti duraturi prima di convincersi che è giunto il momento di tagliare i tassi.

Per sottolineare questo punto, il presidente Powell ha puntualizzato che una riduzione dei tassi “non sarà l’esito più probabile o lo scenario di base” della prossima riunione del FOMC a marzo.

Rassicurazioni dagli ultimi dati sull’inflazione

In concomitanza con la riunione del FOMC, sono stati pubblicati dati che mostrano un calo del costo del lavoro negli Stati Uniti superiore alle previsioni – ennesimo segnale di allentamento delle pressioni inflazionistiche.

L’indice del costo dell’occupazione (ECI), che misura retribuzioni e benefit, è aumentato dello 0,9% nel quarto trimestre del 2023 – il rialzo più contenuto dal 2021 – dopo essere cresciuto dell’1,1% nel trimestre precedente. Questo rallentamento dell’ICE è una notizia decisamente positiva per i responsabili delle politiche statunitensi, in quanto suggerisce che la pressione salariale sta diminuendo insieme all’inflazione dei beni.

Sebbene esistano altre metriche a più alta frequenza – tra cui i dati relativi alla retribuzione oraria media del rapporto mensile sull’occupazione – l’ICE è considerato un indicatore più affidabile perché non risulta distorto dai cambiamenti nella composizione dell’occupazione a livello di professioni o settori. In quanto tale, è il criterio salariale prediletto della Fed.

Ad ogni modo, anche altri segnali lasciano intendere un rallentamento della crescita delle retribuzioni. L’indicatore della crescita salariale della Fed di Atlanta, una media mobile di 3 mesi della retribuzione mediana, si è stabilizzato al ritmo più lento degli ultimi due anni. Il rapporto sull’occupazione di gennaio, in uscita il 2 febbraio, dovrebbe mostrare una decelerazione della crescita della retribuzione oraria media.

Su altri fronti, anche i dati pubblicati la scorsa settimana riguardo al deflatore della spesa per consumi personali (PCE) – altro criterio preferito dal FOMC rispetto all’indice dei prezzi al consumo (CPI) – hanno rassicurato (si veda Grafico 1).

Su lunghi periodi, questo parametro è ritenuto più completo e coerente del CPI e a dicembre è sceso sotto il 3% per la prima volta in quasi tre anni. L’indice core della spesa per consumi personali è aumentato del 2,9% su base annua, in calo rispetto al 3,5% di novembre e al di sotto delle previsioni del consenso. Tutti i dati recenti mostrano un quadro di disinflazione. La domanda è se questa tendenza proseguirà.

Perché tutta questa prudenza?

Secondo la dichiarazione di politica, i funzionari della Fed vogliono sentirsi “più sicuri” del fatto che l’inflazione sia stata sconfitta e che stia tornando verso il target del 2% fissato dalla banca centrale.

Sebbene il presidente Powell abbia riconosciuto le buone notizie sull’inflazione, lui e i suoi colleghi si muovono con cautela per non cadere nella trappola di un allentamento prematuro della politica monetaria.

In un documento del FMI pubblicato lo scorso settembre con il titolo “One Hundred Inflation Shocks: Seven Stylized Facts” si legge che: “La maggior parte degli episodi (inflazionistici) irrisolti ha riguardato ‘festeggiamenti prematuri’ per un’inflazione che inizialmente è sì diminuita, ma poi si è stabilizzata a un livello elevato o è tornata ad aumentare”. I banchieri centrali sono avvertiti!

Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi

L’annuncio di problemi inaspettati presso la New York Community Bankcorp (NYCB) ci ha ricordato che le “incognite” possono spingere la Fed a cambiare all’improvviso il suo approccio alla politica monetaria.

I mercati sono entrati in modalità “avversione al rischio” e hanno cominciato a spostare i capitali dagli asset rischiosi alle obbligazioni dopo che la banca newyorkese – che lo scorso anno ha rilevato alcune delle attività della fallita Signature Bank – ha annunciato un taglio dei dividendi e un accantonamento per perdite su prestiti di 550 milioni di dollari, soprattutto per il settore immobiliare.

Ma in fin dei conti…

Il 31 gennaio la valutazione delle azioni della NYCB è crollata del 38% circa e l’indice bancario regionale KBW ha perso il 6%, segnando il calo maggiore da quando una corsa ai depositi ha fatto precipitare la Silicon Valley Bank (SVB) nel marzo scorso.

L’acquisizione delle attività di Signature Bank ha portato NYCB in una categoria regolamentare che impone livelli di capitale più elevati. Secondo quanto riportato da Bloomberg News, sarebbe proprio questo il motivo addotto dalla banca per il taglio dei dividendi e l’incremento della riserva per perdite su prestiti.

I problemi del settore immobiliare statunitense sono stati una “incognita” per gli investitori negli ultimi mesi, quando i valori delle proprietà sono crollati e i mutuatari si sono trovati ad affrontare tassi d’interesse più elevati sulle loro operazioni di rifinanziamento.

L’accantonamento per i prestiti della NYCB è andato ben oltre le stime degli analisti. La NYCB ha dichiarato di voler costituire riserve di perdita su prestiti per allinearsi meglio ad altre banche di dimensioni analoghe e rispondere alla potenziale debolezza del settore delle multiproprietà e degli immobili a uso ufficio.

Il 31 gennaio è stato un giorno da dimenticare per gli asset rischiosi: i mercati azionari contavano infatti su un messaggio più accomodante da parte della Fed. Durante la giornata alcuni mega titoli tecnologici statunitensi avevano già pubblicato risultati deludenti in un contesto in cui gli operatori avevano scontato un andamento praticamente perfetto per le azioni.

Le obbligazioni dal canto loro hanno guadagnato terreno nonostante la prospettiva di un’offerta più consistente del previsto nei prossimi mesi. La notizia di NYCB ha spinto gli investitori a sottoscrivere titoli del Tesoro statunitensi, nel timore che questo evento possa scaturire problemi più ampi nel settore immobiliare.

Nel complesso, il cambiamento nelle aspettative riguardo a una riduzione dei tassi da parte della Fed è stato limitato, con la curva dei futures sui fondi federali che ha concluso la giornata prevedendo più tagli ai tassi entro la fine del 2024 rispetto a quanto stimato prima della riunione della Fed, nonostante le dichiarazioni rese.

Il nostro team di investimento multi-asset rimane cauto nei confronti degli attivi rischiosi. In un contesto in cui le banche centrali si muoveranno verosimilmente con prudenza per non tagliare precocemente i tassi di riferimento, e in assenza di certezze sul livello del tasso neutrale, non si possono escludere i rischi derivanti da un periodo eccessivamente lungo di politica monetaria restrittiva.

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