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Temi d’attualità | Articolo - 5 Min

Weekly Market Update – Aumentano le speranze di un atterraggio morbido

I dati macroeconomici statunitensi di questa settimana hanno alimentato le speranze di un “atterraggio morbido” per l’economia americana. Aspetto ancora più importante: l’inflazione dei prezzi al consumo negli USA è diminuita più del previsto. I mercati obbligazionari hanno accolto la notizia con un rally. Si sono inoltre rafforzate le aspettative che il ciclo di inasprimento della politica monetaria sia ormai concluso. I responsabili politici però restano in guardia: chi è rimasto scottato una volta dalle fiammate inflazionistiche, è doppiamente prudente.

Il report sull’inflazione negli USA consolida la tesi di un atterraggio morbido

A ottobre, l’inflazione dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) statunitense è scesa più del previsto al 3,2% su base annua (dopo un aumento del 3,7% nel 12 mesi chiusi a settembre), segnando il primo declino in quattro mesi.

I mercati hanno reagito con gioia, facendo calare drasticamente i rendimenti dei Treasury US e spingendo al rialzo le valutazioni azionarie. Il rendimento sul Treasury decennale di riferimento è sceso a un minimo di tre mesi del 4,43% prima di riprendersi leggermente. Lo S&P 500 ha guadagnato l’1,9% – il balzo giornaliero più cospicuo da aprile.

Su una nota ancora più importante, il report ha mostrato un forte rallentamento dell’inflazione degli affitti allo 0,41% su base mensile. Questo movimento ha efficacemente compensato l’incremento dello 0,56% di settembre. Di conseguenza, il trend disinflazionistico dei canoni di locazione resta intatto, alimentando le speranze del mercato di un cosiddetto “soft landing” dell’economia statunitense.

Il calo degli affitti sui nuovi contratti suggerisce da tempo una certa moderazione dell’inflazione da locazione – la componente più influente dell’indice CPI. Il rallentamento nel solo mese di ottobre ha inciso per 5 punti base (pb) sul calo del ritmo mensile del CPI core, spiegando la maggior parte della differenza nell’inflazione core complessiva di ottobre rispetto a settembre.

La forza della reazione del mercato è dovuta forse a un’inflazione core leggermente più debole del previsto, scesa dal 4,1% al 4% su base annua e aumentata dello 0,2% su base mensile.

Sulla base di questi dati – e in assenza di una significativa sorpresa al rialzo del CPI nei dati di novembre (pubblicati poco prima della prossima riunione politica della Federal Reserve dell’11-12 dicembre) – il Federal Open Market Committee (FOMC) dovrà probabilmente correggere al ribasso le previsioni elaborate a settembre per il livello di spesa per consumi personali core alla fine del 2023.

L’attuale previsione presupporrebbe dati molto forti sull’inflazione core negli ultimi due mesi dell’anno, motivo per cui è molto probabile una revisione al ribasso delle stime. Si tratterebbe della seconda correzione consecutiva che il FOMC dovrebbe apportare dopo una serie di revisioni al rialzo delle proiezioni sull’inflazione.

Il rapporto sull’inflazione, migliore del previsto, segue la scia di quello dell’Eurozona pubblicato a ottobre, che mostra un calo dell’inflazione dal 4,3% di settembre al 2,9% nei 12 mesi fino a ottobre, riflettendo anche la diminuzione dei prezzi dell’energia osservata quest’anno.

Questi dati più incoraggianti sull’inflazione sembrano destinati ad alimentare le speculazioni sul fatto che le banche centrali, tra cui la Fed, la Banca Centrale Europea e la Bank of England, siano effettivamente giunte al termine dei loro cicli di rialzo dei tassi. A novembre la Fed ha mantenuto il tasso di riferimento a un livello massimo in 22 anni.

Dopo quest’ultimo rapporto, i mercati dei futures hanno valutato a zero possibilità che il FOMC torni ad alzare i tassi alla riunione di dicembre. Gli investitori hanno anche anticipato le ipotesi sulla data in cui la Fed inizierà a tagliare i tassi, prevedendo due riduzioni di 0,25 punti percentuali entro il prossimo luglio.

Massima cautela dai responsabili delle politiche

Ad ogni modo, i responsabili delle politiche rimangono cauti.

Il presidente della Fed Jay Powell ha sottolineato la scorsa settimana come lui e i suoi colleghi non si lascino “fuorviare da qualche mese di dati favorevoli” e che, anzi, la Fed potrebbe inasprire ulteriormente la politica monetaria, se necessario.

Thomas Barkin, presidente della Fed di Richmond, ha ribadito lo stesso messaggio questa settimana, avvertendo che l’inflazione potrebbe non aver intrapreso “una discesa uniforme verso il 2%” nonostante il recente “progresso concreto”.

I consumi negli USA rimangono resilienti…

Le vendite al dettaglio negli USA sono calate meno del previsto a ottobre, evidenziando una relativa resilienza dei consumatori americani.

Il dato primario ha superato le aspettative, scendendo di appena lo 0,1% invece dello 0,3% a cui il mercato si era preparato. Il calo è stato in parte ascrivibile a una diminuzione della spesa per la benzina per via del prezzo.

Si è trattato del primo calo mensile da marzo, anche se l’aumento di settembre è stato rivisto al rialzo allo 0,9%.

Anche in questo caso, i dati confermano le aspettative di un atterraggio morbido dell’economia statunitense.

…ma ci sono sempre più segnali di ribilanciamento del mercato del lavoro

Le richieste di indennità di disoccupazione negli Stati Uniti sono aumentate di 13.000 unità, raggiungendo le 231.000 unità (contro le previsioni di consenso di 220.000), con un aumento anche delle richieste di sussidi continuativi, a indicare un raffreddamento del mercato del lavoro.

Con una crescita più moderata degli impieghi, dovuta principalmente al rallentamento delle nuove assunzioni, è importante tenere d’occhio le richieste di sussidi continuativi.

L’incremento di questa settimana va ad aggiungersi alle +32.000 unità della settimana scorsa. Le stranezze legate alle rettifiche stagionali stanno determinando un aumento ancora più vertiginoso dei dati rispetto a quanto non emerga dalle cifre sottostanti. Sebbene questo aumento sia una funzione dei metodi del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, i contorni generali coincidono con un peggioramento della voce “disponibilità di posti di lavoro” nei sondaggi dei consumatori.

…e il calo dei prezzi del petrolio fa ben sperare a livello di inflazione

I prezzi del petrolio sono scesi di nuovo questa settimana, raggiungendo il minimo da metà luglio, grazie all’aumento delle scorte negli Stati Uniti che ha attenuato le preoccupazioni sul fronte dell’offerta.

Malgrado le attuali tensioni geopolitiche, i prezzi del petrolio sono rimasti sotto pressione per la maggior parte del 2023, anche se sono aumentati dopo l’estate, quando l’Arabia Saudita e la Russia hanno indetto dei tagli alla produzione coordinati dall’OPEC+.

Il Brent – che funge da benchmark internazionale – è sceso questa settimana del 4,1% a 77,84 dollari al barile dopo che l’Energy Information Administration statunitense ha riferito che le scorte di greggio nel paese sono aumentate di 3,6 milioni di barili la scorsa settimana per un totale di 421,9 milioni di barili, ben al di sopra delle previsioni del mercato.

Nel frattempo, a Karlsruhe, in Germania…

Il 15 novembre, proprio mentre il Parlamento tedesco si apprestava ad approvare finalmente un bilancio faticosamente negoziato, la Corte costituzionale di Karlsruhe ha ordinato la cancellazione di 60 miliardi di euro di finanziamenti per progetti industriali ed energetici puliti.

La sentenza colpisce quasi esclusivamente i progetti sostenuti dal partito di coalizione dei Verdi del Cancelliere Scholz, poiché molti risulterebbero finanziati “fuori bilancio”.

Il governo tedesco sta ora valutando le implicazioni complessive della sentenza del tribunale sul “freno al debito”. Sembra che il governo dovrà trovare 24 miliardi di euro netti di risparmi dal bilancio 2024, la maggior parte dei quali proverrà dalla riduzione dei sussidi alle grandi industrie. Potenzialmente, questa sentenza potrebbe costringere la Germania a una stretta fiscale prociclica proprio ora che l’economia si sta indebolendo.

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